LA NOSTRA CITTÀ

Pontecagnano Faiano

 

La Storia

Nel nostro Paese le grandi realtà archeologiche sono numerose e diffuse. Molte di esse sono note da sempre e fanno parte del nostro immaginario collettivo: Tarquinia, Cerveteri, Pompei, Paestum e così via.
Altre realtà invece sono comparse all’improvviso e si sono affermate in pochi anni con forza, fino a costituire un vera ‘sorpresa’ archeologica.
Un caso significativo è quello di Pontecagnano. Le fonti letterarie antiche non ci dicevano molto sul territorio che la comprendeva: si aveva notizia della creazione, in età romana, nella prima metà del III sec. a.C. del centro di Picentia e poi vi erano poche righe di Plinio il Vecchio, che, nella sua Storia Naturale, diceva: “l’Agro Picentino, che a partire dalla penisola sorrentina si estende per 30.000 passi fino al fiume Sele, fu degli Etruschi”. Nessuna scoperta però confermava questa notizia e si pensava che un autore così lontano dall’epoca in cui vissero gli Etruschi, riportasse un dato impreciso, facendo un po’ di confusione con le popolazioni antiche preromane, come non di rado accade alle fonti letterarie greche e latine.
Per la verità già dall’800 il terreno di Pontecagnano aveva restituito materiali archeologici, come il prezioso piatto d’argento fabbricato e firmato da un artigiano fenicio, oggi conservato presso il Museo del Petit Palais di Parigi, ma si trattava di rinvenimenti occasionali e soprattutto non immediatamente riferibili agli Etruschi.
Poi, in occasione dell’intensa attività edilizia degli anni ’60, le ruspe che aprivano la strada al cemento trovavano davanti a loro gli archeologi, che recuperavano giorno per giorno le piccole e grandi testimonianze del passato. E scoprivano che Plinio aveva ragione.
Dopo alcuni decenni il bilancio è questo: più di 8.000 corredi tombali recuperati, databili dalla Preistoria a tutta l’età romana, passando per le diverse fasi della civiltà etrusca. Una città antica che si estende per circa 80 ettari, in parte già acquisita alla mano pubblica e per il resto interamente protetta e vincolata e diventata uno dei pochi Parchi Archeologici effettivamente creati in Italia. E’ stato ormai costruito il nuovo Museo Nazionale, in fase avanzata di allestimento.

Le testimonianze più antiche risalgono alla Preistoria, alle fasi avanzate del Neolitico (oltre 6.000 anni fa), ma per ora si tratta solo di tracce sporadiche. Molto più significativi i rinvenimenti della successiva età del Rame, quando tutta la Campania era caratterizzata dalla cultura detta del Gaudo (dal nome di una contrada di Paestum). Una cultura per molti versi ‘misteriosa’, che conosciamo dai suoi villaggi dei morti, con tombe sotterranee incavate in banchi rocciosi, che prevedono due o tre ambienti: un pozzetto d’accesso in cui si svolgevano cerimonie in onore dei defunti e la cella o le celle in cui giacevano i resti umani. Le tombe contengono sepolture plurime e mostrano segni di periodici ritorni.
La lunga stagione della Protostoria, con le diverse fasi dell’età del Bronzo, ha finora restituito resti meno consistenti: resti di capanne, in cui, accanto alla ceramica indigena d’impasto vi è anche quella d’argilla fine, dipinta con motivi geometrici, di fabbrica micenea. E’ la prova che la zona fu frequentata da genti provenienti dal mare Egeo: gli esploratori che, alla ricerca del metallo e di altre risorse, tracciano quelle rotte marittime che saranno poi ripercorse dai Greci, quando verranno a fondare le loro prime colonie.
Ma la ‘grande’ Pontecagnano comincia a vivere con il popolamento intensivo che si verifica agli inizi della prima età del Ferro (IX sec. a.C.).
Gruppi di protoetruschi si stabiliscono nell’Agro Picentino e li conosciamo dalle loro vaste necropoli con tombe ad incinerazione. Non si è ancora ritrovato il villaggio (o i villaggi) di capanne in cui risiedevano, ma è praticamente certo che l’insediamento fosse nella stessa area in cui si svilupperà poi la città etrusco-campana. Fin dagli inizi dell’età del ferro, dunque, la comunità di Pontecagnano si presenta con una forte ed accentrata omogeneità ‘politica’.
L’economia di base è rappresentata dallo sfruttamento agricolo del territorio, ma da subito Pontecagnano rivela anche la sua vocazione di emporio commerciale, favorita dalla collocazione costiera col porto alle foci del Picentino e gli approdi lungo il cordone delle dune, con lagune come quella della Picciola (oggi scomparsa), dove le imbarcazioni trovavano ricovero.

Il grande salto di qualità avviene negli anni intorno alla metà dell’VIII sec. a.C., quando i Greci di Eubea raggiungono la nostra regione, insediandosi a Pitecusa (Ischia) e poi fondando Cuma, la prima colonia greca d’Occidente. Se Pitecusa risponde ancora al modello degli esploratori-mercanti ed è uno scalo, una testa di ponte verso altre zone per rifornirsi di materie prime, soprattutto il ferro dell’isola d’Elba, Cuma è invece la prima tappa di un progetto politico di più ampio respiro, che prevede lo sfruttamento di tutte le risorse del territorio ed una occupazione di esso per sempre.
Per tutte le comunità indigene l’incontro con la superiore organizzazione dei Greci delle colonie segna una svolta decisiva: alcune tra loro vengono distrutte o destrutturate. Pontecagnano si pone invece come una realtà saldamente connotata con la quale gli stranieri debbono inevitabilmente dialogare. Lo scambio economico tra le due realtà accresce sensibilmente il livello di benessere del gruppo picentino, ma soprattutto ha inizio un interscambio virtuoso di esperienze culturali diverse, che porta Pontecagnano a divenire in breve tempo uno dei centri indigeni più importanti dell’Italia meridionale, capace di catalizzare attorno a sè anche le energie di altre comunità vicine.
Finisce così l’età del Ferro e comincia l’età detta Orientalizzante, la più lunga e prospera stagione vissuta dagli Etruschi dell’agro picentino. Giungono merci ed oggetti di prestigio dalle diverse contrade d’Oriente e d’Occidente: pregiati vasi di bronzo dalla Grecia e dai più rinomati centri metallurgici del cuore dell’Etruria, suppellettile d’argento fabbricata in Siria e altrove da artigiani fenici che firmano quei prodotti con le loro scritte in caratteri cuneiformi, pendagli d’ambra, gli amuleti egizi in forma di scarabeo, unguenti e profumi rari, conservati in recipenti della fine ceramica di Corinto e tante altre cose ancora.
All’impasto della ceramica tradizionale ad un certo momento si affianca il bucchero, a rimarcare visibilmente l’etruscità di Pontecagnano.
Nelle necropoli compaiono tombe principesche ricche di simboli e caratterizzate da complessi rituali che rappresentano il defunto secondo lo schema eroico omerico, tombe in tutto simili a quelle delle élites sociali dell’Italia di quel tempo.
Rimangono le tracce anche di una scuola pittorica locale, che avrà una lunga tradizione e che opera su commissione delle famiglie più agiate: partendo da schemi e motivi decorativi tipicamente ellenici, li reinterpreta in chiave del tutto spontanea ed originale. Il più noto di questi artigiani è quello che scherzosamente è stato denominato Pittore del Lupo Cattivo.

Dalla seconda metà del VI sec. a. C. e per buona parte del V le tombe presentano meno marcati i segni di differenziazioni sociali ed in genere corredi meno esuberanti: nella rappresentazione funeraria la società vuole restituire un’immagine di isonomia (uguaglianza dei diritti), più ideologica che reale. Frequenti sono le iscrizioni in etrusco sui vasi e la formula più diffusa è quella del vaso ‘parlante’: “io sono il vaso di ” e segue il nome del proprietario dedicante. Da quei nomi rimasti sui vasi noi ricaviamo ancora il dato di una cultura in cui centrale è l’elemento etrusco (sono attestati i Velca/Vulca ed i Pumpunnas ad esempio ed un nome su una coppa richiama il termine Rasenna, uno degli appellativi con cui, secondo le fonti, gli Etruschi chiamavano se stessi), ma non mancano nomi che rivelano origini diverse (ad es. Apulas Sepunes), a testimoniare come Pontecagnano rimanga una sorta di terra di frontiera in cui si fondono entità culturali diverse.
Alla ceramica corinzia si sono sostituite quella ionica e quella attica, a figure nere prima, rosse poi, rappresentate anche da esemplari di artisti famosi come Nikostenes o Brygos.
E’ il momento in cui un ruolo importante giocavano i santuari. Due se ne sono rinvenuti finora. Quello di via Verdi era dedicato ad Apollo ed alla sua trasposizione etrusca Manth: le iscrizioni in alfabeto acheo ed in etrusco ci confermano come le zone sacre fossero per gli antichi, tra l’altro, luoghi d’incontro tra indigeni e stranieri, centri di culto, ma anche spazio di asilo e occasione di scambio.
All’estremità opposta della città era invece l’area sacra delle divinità della fertilità e del sottosuolo in cui era venerata una dea simile ad Hera o a Demetra. E’ qui che si è ritrovata la coppa con l’iscrizione Amina(…), che ha riproposto la questione del nome della città antica.
In età romana il nome era sicuramente Picentia. Esso però ricalcava con ogni probabilità quello della Pontecagnano etrusco-campana: un autore antico, infatti, ricorda una Peuketia o Pikentia che era detta anche Aminaia. Quest’ ultimo termine rimanda alla leggenda degli Aminei, una popolazione che, secondo Aristotele, avrebbe portato la vite in Italia. 
Il termine Aminaia indica un territorio piuttosto che una città: non si può escludere che, almeno a partire dall’età arcaica (quando si fissa la tradizione degli Aminei) Pontecagnano fosse identificata come “Pikentia, quella degli Aminei”.
A Paestum , inoltre, è stato ritrovato un disco d’argento con incisa un’iscrizione greca arcaica, in cui sono chiare le prime parole: tas Heras hiaron: “sacro ad Era”.
Nella parte che segue, secondo una recente interpretazione, vi sarebbe scritto: Rhon<e>oi tox Amin(es): “gli oligarchi di Amina”. Si tratterebbe dunque d’un dono di valore offerto dai personaggi dominanti tra gli Aminei e potrebbe provenire da uno dei centri etruschi vicini, forse la stessa Pontecagnano.
In un momento avanzato del V sec. a. C. la Campania è interessata da quel vasto fenomeno politico, militare e culturale che comunemente è chiamato’sannitizzazione’. Anche il nostro centro è coinvolto da questo sommovimento: i corredi funebri divengono simili a quella della Paestum lucana, non mancano le tombe di guerrieri sanniti col poderoso cinturone metallico ai fianchi e la tipica corazza a tre dischi di bronzo. Alle iscrizioni etrusche si affiancano quelle in osco, compaiono le tombe a cassa o a grande camera con le pareti intonacate e dipinte. La città, le necropoli, i santuari, nel corso del IV secolo, subiscono ristrutturazioni radicali e ambiziose.

Un nuovo protagonista però sta per affacciarsi sulla scena: Roma. Già nel corso dell’età lucana si colgono i primi elementi d’una sua penetrazione culturale e ben presto si manifestano anche le sue mire espansionistiche. Comincia un periodo di destabilizzazione e poi si arriva alla conquista, ratificata con la creazione di Picentia. I segni di questo momento travagliato si colgono bene nei santuari, che cessano di vivere nei primi decenni del III sec. a.C., così come vengono abbandonate le aree delle grandi necropoli precedenti. Nel santuario nord si colgono più visibilmente i segni della crisi: sono gli abitanti stessi di Pontecagnano che destrutturano i loro luoghi sacri, dopo lunghi e complessi riti sacrificali, immediatamente prima dell’arrivo dei Romani.
La storia di Pontecagnano in età romana è comunque contrassegnata sempre dall’orgogliosa rivendicazione della propria identità e nelle grandi scelte, come in occasione delle guerre annibaliche o del Bellum Sociale, i Picentini si pongono sempre in opposizione frontale con Roma. Sconfitti, vengono perseguitati e dispersi, ma riemergono fino allo scontro successivo. I resti archeologici d’età romana sono ancora scarsi rispetto a quelli delle età più antiche, ma stanno venendo progressivamente alla luce: la tintoria di via Cavalleggeri, le botteghe artigianali di Campo Sportivo, la comunità ebraica presso la stazione ferroviaria, le strade e le tracce di organizzazione agricola che fiancheggiano il percorso dell’autostrada SA-RC.
Si tratta però di testimonianze che evidenziano una realtà minore rispetto a quella dell’antico centro etrusco, la Pontecagnano dei principi e dei commerci.

Nel medioevo e nell’età moderna la popolazione si spostò nel centro di Faiano, che così costituì un comune infeudato al Monastero di San Benedetto di Salerno (“Universitas Faiani”). Nell’età della dominazione francese Faiano costituì uno dei centri del Comune di Montecorvino Pugliano (intanto resosi autonomo dal Comune di Montecorvino Rovella). Nel corso del secolo XIX le popolazioni di Faiano intrapresero la bonifica della zona pianeggiante occupata da acquitrini e avviarono una lotta per la costituzione di un nuovo comune, intorno al nuovo centro abitato che sorse nella Piana
Picentina, intorno alla Chiesa dell’Immacolata, costituita in parrocchia intorno al 1850. La lotta per l’autonomia, condotta con determinazioni dalle popolazioni di Faiano e di Pontecagnano, portò alla costituzione del nuovo comune il 18 giugno 1911. Il primo sindaco fu Amedeo Moscati (1911/1941). 

Lo Stemma comprende simbolicamente le immagini dei due centri che costituiscono il Comune: un Ponte in campo azzurro e San Benedetto in campo giallo, con il motto Durantes vincunt in campo rosso.

 

Fonte sito I Picentini www.ipicentini.com